Pensa a quello che hai.
Un classico intramontabile di fronte all’insoddisfazione che attanaglia qualsiasi essere umano con un po’ di cervello e qualche obiettivo.
E in generale ci penso, mi sforzo di focalizzarmi su quello che ho e in linea di massima so che quello che ho adesso è molto più di quanto io abbia avuto prima.
Semplicemente non basta.
Non per una mera incapacità di accontentarsi, questo no. Anche perché io sono un amante delle cose semplici e per accontentare me basta veramente un niente. Un niente a cui non pensa mai nessuno.
Nessuno è la parola chiave.
Semplicemente perché dentro è il vuoto e la solitudine ha i suoi contro.
Prima che qualcuno si offenda: non sto dicendo che non ho nessuno a cui tengo e viceversa. Ma ci sono rapporti e rapporti e io non sublimo in relazioni alternative per sopperire alla mancanza. Non più.
La verità è che mi manca la congiunzione astrale per cui qualcuno tiene a me nello stesso modo e misura in cui ci tengo io, quel modo in cui posso non fingere e fare quello che sento, quel modo in cui mi pare che tutto abbia un senso, quel modo in cui non sto male.
Eccolo il punto. Stare male. Perché l’ho presa bene, ero preparata, lo sapevo e l’ho accettato subito, ancora prima di avere una qualsivoglia risposta che comunque conoscevo. Ma questo non significa azzerare tutto. Significa solo che è diventato evidente quello che manca a me, che avevo prima e che ho lasciato andare perché era il modo sbagliato di ottenerlo.
E se tutto questo vi pare confuso, immaginate quanto lo è per me che con questo caos in testa ci vivo.
(Fonte: josephineung)
Mi dicono che funziona così. Che nella vita si sceglie. Soprattutto perché quelli con me non possono stare in una situazione di stallo, quelli come me sono fatti per muoversi continuamente, per svoltare, per agire. Per agire anche se io sono una donna di pensiero.
E certe azioni sono più facili di altre. Certe decisioni più intuitive ed immediate. Qui però non c’è nulla di semplice. Qui la scelta è tra l’ansia e il dolore.
L’ansia di non sapere.
Il dolore del rifiuto. Nel migliore degli scenari.
Il primo mi sa tanto di immobilità, ma il secondo non so se sono posso sopportarlo al momento. E quindi non so cosa fare e continuo a pensarci giorno e notte.
L’ansia o il dolore?
Quando scrivi al tuo terapeuta di fiducia “Houston, abbiamo un problema” e lui ti risponde:
“Ne abbiamo tanti G. Sei lontana. Ti piace *** (censuriamo per la privacy). Non vieni mai in Toscana. Non hai una PS3 ne un pc degno di questo nome. Non hai scaricato Ruzzle. Hai una voce bellissima e non fai nessun duetto con me”.
Com’è che erano i principi di Freud? Neutralità, riservatezza, astinenza? Non si usano più evidentemente :D